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Dimissioni volontarie dal lavoro: in Umbria nel 2021 cresciute più che nel resto d’Italia

Una situazione in “netto miglioramento” rispetto al 2020 ma “tutt’altro che rosea”; una “crescita intensa con prospettive positive” ma “fragile e caratterizzata dall’incertezza”: questo il quadro che emerge dalla relazione economico sociale di fine anno dell’Agenzia Umbria ricerche, illustrata dalla presidente della Regione, Donatella Tesei, e dal commissario straordinario Aur Alessandro Campi.

“L’Umbria che riparte” il titolo scelto dall’Aur per lo studio, definito però “non enfatico e inutilmente ottimista” visto che arriva dalla “fotografia statistica ed empirica” che i ricercatori dell’Aur hanno potuto rilevare.

“Tutte le fonti – ha spiegato Campi – dicono che nel 2021 c’è stata una significativa ripresa economica dell’Umbria. Si sono quindi poste le basi solide perché nel 2022, anno decisivo anche per l’impatto del Pnrr, si possa procedere nella stessa direzione”.
Una ripresa nel 2021 – emerge dalla relazione – quindi non diffusa in modo omogeneo, con settori ancora indietro. Così come sul piano sociale, dove la crescita del mercato lavoro ha lasciato però ai margini giovani e donne.
   

“Il quadro che emerge dalla Relazione  economico sociale elaborata dall’Agenzia Umbria Ricerche – ha commentato la presidente Tesei – evidenzia come l’Umbria abbia reagito meglio della media nazionale, vedendo consolidarsi nel corso del 2021 le condizioni per la ripartenza. Dopo anni di difficoltà, e in un contesto caratterizzato negativamente dalle ripercussioni dell’emergenza sanitaria, si concretizzano i primi importanti risultati delle misure attuate da questa Giunta regionale. Continueremo, con ancora più determinazione, sulla strada intrapresa, che sta producendo i suoi effetti in termini di crescita e sviluppo della nostra regione”.

Tra i dati più significativi della ricerca quello delle dimissioni volontarie dal lavoro, in particolare nel 2021, che sono cresciute con numeri più evidenti che nel resto d’Italia.

“Sono quasi 6mila le persone interessate, il 77% del totale delle cessazioni” hanno spiegato i ricercatori. “Cosa si nasconde dietro tutto questo, un fenomeno chiaramente non solo umbro, è presto per dirlo – hanno aggiunto -ma il periodo del Covid ha fatto maturare atteggiamenti psicologici importanti.

Sicuramente avranno fatto la loro parte gli strumenti di sostengo al reddito, oppure le dimissioni causate da abbandoni propriamente non volontari, ma frutto di decisioni programmate e accelerate durante la pandemia”.

Per i ricercatori dell’Aur questo può essere anche un fenomeno “positivo”, se si considerano le transazioni da un posto di lavoro ad un altro, “ma solo in caso di un miglioramento”. “Una cosa è chiara però – hanno precisato – non avremo in futuro un mercato del lavoro immobile e stabile, ma uno più fluido e mobile”.

Relativamente agli effetti della pandemia legati alla “psicologia collettiva”, dalla relazione Aur emergono anche “segnali incoraggianti”, come ha sottolineato il commissario straordinario Campi. “Il livello di benessere e il tasso di fiducia su un futuro incerto è sufficientemente alto – ha detto – e questo si spiega con la struttura sociale della regione, dove le relazioni amicali, parentali e sociali rappresentano una sorta di barriera protettiva, cosa che lascia ben sperare per il futuro. Una particolarità dell’Umbria che va salvaguardata e che può sostenere anche lo sviluppo virtuoso della dimensione economica”. 

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